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giovedì 19 maggio 2016, Libreria QuoVadis – Pordenone, corso G. Garibaldi

a cura di Stefano Bertolo

 

Quella che nella Bibbia viene presentata come una condanna per l’uomo, la moltiplicazione delle lingue, per James Hillman è invece un dono di Dio.

All’incontro hanno collaborato studenti ed insegnanti della Scuola Alberghiera IAL di Aviano.

 

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È il farla risuonare dentro, è il ritrovarne la dimensione della corporeità che dà un senso alla voce che ascoltiamo. Proprio come i cani che, solo annusandosi e annusandoci, riescono a capire chi si trovano davanti.
Così è cominciato il giovedì 19 maggio il Caffè Filosofico “Babele e il senso delle voci” a cura di Stefano Bertolo. Con delle riflessioni su come si possa capire e ricordarsi una persona grazie alle caratteristiche fisiche della sua voce più che al significato di ciò che ci vuole comunicare; sottolineando quanto il linguaggio non verbale sia determinante all’interno dello scambio comunicativo.

La prima parte dell’incontro si è concentrata sul tema del “linguaggio”, partendo dalla lettura dell’intervento tratto dalla conferenza che il professor James Hillman ha tenuto all’Università di Siena il 17 novembre 1999: “In lode a Babele”. Se nel racconto del mito di Babele (Genesi 11, 1-9) si narra che tutti gli uomini della terra avevano un’unica lingua e costruirono un’unica torre in cui vivere, e che Dio punì la loro superba volontà di poterlo raggiungere disperdendoli su tutta la terra e differenziando le loro lingue, Hillman riflette su come ad oggi la situazione si stia ricapovolgendo. La diffusione di Internet e delle parole americane stanno riportando l’umanità all’unificazione dei modi di esprimersi, facendo mirare all’universalizzazione tutte le sue attività: la scienza, la politica, la religione, l’economia, la medicina, etc. Cita anche1984 di Orwell “Anno dopo anno, sempre meno parole, e il margine di consapevolezza sempre più ridotto…”.Degenerare, Tagliare: ecco la procedura per creare la nuova lingua universale. Cosa diventa il linguaggio?

Una seconda lettura, del testo Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza del 1976 di Julian Jaynes, ci riporta sulla direzione opposta dell’origine del linguaggio come processo di crescita di parole, della lingua come processo generativo e creativo. La metafora è il mezzo che permette alla parola di non esaurirsi nel suo significato, ma di far crescere il linguaggio stesso tramite la sua proiezione dalla dimensione del corpo a quella del mondo.

Se la lingua tecnologica di oggi è degenerativa a favore della mobilità, la nostra società non può che risultarne dislocata e con quella disorientante sensazione di perdita di senso dei luoghi e dei toponimi, e dunque del linguaggio stesso. Perché se il corpo è il luogo della lingua, ed è il luogo a determinare l’immagine che abbiamo degli oggetti di cui parliamo, il linguaggio di oggi si sta invece sbiadendo e monodirezionando sugli universali senza luogo che ne fanno perdere l’immagine, il corpo, il senso.

Per consentire al pubblico di provare col proprio corpo a capire di cosa si stesse parlando, nella seconda parte dell’incontro Stefano Bertolo ha proposto come esperimento la lettura di testi fatta da alcuni suoi studenti provenienti da diverse parti del mondo, sia in lingua italiana che nella loro lingua d’origine. Tralasciando il significato dei testi, qual era il sensodelle voci dei ragazzi? Trascurando la molteplicità e la differenza linguistica, come risuonavano i timbri delle loro voci dentro ad ognuno? “Riconoscimento”, “Autenticità”, “Presenza”: fra il pubblico sono state naturalmente diverse le risposte per le diverse sensazioni suscitate, ma molte si sono ritrovate comuni attorno a questi temi, riconoscendo alla voce funzioni e valori importanti e fondamentali per le nostre esistenze e le nostre relazioni.