Nietzsche 2022

traduzione a cura di Willer Montefusco e Francesca Scaramuzza

Il testo che proponiamo di Vinciane Despret e Isabelle Stengers porta il titolo di Les faiseuses d’histoires. Que font les femmes à la pensèe, un titolo ironico e di non facile traduzione. Alla lettera significa “Quelle che fanno storie. Che cosa fanno le donne al pensiero”, e gioca sul doppio senso del “fare storie”: raccontare o costruire delle storie cioè dei sensi nuovi, ma pure opporsi, brontolare, rifiutarsi di fare qualcosa e anche piangere e disperarsi.

Il testo intende porsi sulla linea delle Tre ghinee di Woolf, raccogliere l’invito rivolto alle donne “Think we must pensare dobbiamo” a partire però dalla consapevolezza che i tempi per noi sono cambiati. Rilevare il testimone, come in una staffetta, e accogliere l’invito di Virginia è possibile solo mettendo in evidenza che una cesura ci separa da lei, uno scarto dovuto ai tempi mutati, così ben messo in luce ad es. dal problema dell’accesso all’Università. L’invito di Woolf a non entrare nelle Università non solo è superato nei fatti, ma avrebbe un significato negativo se si rivolgesse contro il movimento di emancipazione delle immigrate e delle emarginate.

Ci si pone allora sulle orme di Virginia a partire da una sconnessione che il testo cerca di disegnare nelle sue forme plurali, in termini problematici. Elenco qui sotto alcuni dei luoghi più notevoli.

Noi.

Woolf parlava di un “noi” riferendosi alle figlie degli uomini colti. Oggi invece si deve costruire un “noi” al di là degli imperativi del mercato che ci spingono al “ciascuno per sé” -ma come?

Non in nostro nome.

Divenire eredi di Virginia Woolf significa evitare anche che il mercato si impadronisca di questa eredità usandola in modo osceno come è successo ad es. nella guerra in Iraq quando è stata sbandierata la difesa dei “nostri” valori contro quelli delle musulmane.  La parola d’ordine diviene non in nostro nome.

“Virginia Woolf non ha detto no alla guerra, nel senso dei militanti pacificisti dell’epoca. Ma ha rifiutato che ciò a cui ella teneva, ciò che a lei era più caro della vita, divenisse lo stendardo di questa guerra, come se uno Stato potesse entrare in guerra per la ‘libertà intellettuale’. […] Non permetteremo che questa battaglia sia utilizzata per imporre politiche assimilazioniste, razziste ed etnocentriste. […] Dobbiamo lottare contro la violenza di politiche neoliberali – promosse al rango di verità ineluttabili del libero mercato – che smantellano tutti i fondamenti di una vera sicurezza sociale e che mettono capo a una continua precarizzazione delle ns vite. […] Al di là delle differenze, è forse il legame fra la lotta contro questa amnesia e la capacità di resistere, di pensare contro il consenso, che traccia una continuità fra Wolff e quelle che dicono oggi non in nostro nome” p.19-20

In quanto donne.

Il problema più difficile è definire il pensiero “in quanto donne” perché molte prospettive sono cambiate e il problema non si pone più come ai tempi di Beauvoir.

“Non si nasce donne, lo si diviene, scriveva Beauvoir, ma pensava che questo divenire potesse essere l’oggetto di appropriazioni multiple, singolari e collettive, di una storia di incontri, con il loro coefficiente di incertezza e di avventure?”  p.175

Oggi si disegna un panorama plurale e non si tratta solo di strapparsi retrospettivamente a un “essere donna” imposto da altri per emanciparsi, ma piuttosto lavorare su un presente condiviso che viene trasformato da un “divenire-donna”.

“Che il personale sia politico non dovrebbe mai dirsi in generale. Perché non si tratta di una lamentazione ma di una riappropriazione del passato, in una forma a posteriori che rende possibile una relazione attiva di sperimentazione, cioè anche di affabulazione. Le genericità, qui, non mettono capo a gran cosa, se non all’impotenza e al risentimento. [… D’altro canto] il grido di Woolf sbarra la strada a ogni possibilità di proporci come coloro che sono state particolarmente coraggiose o originali. Come avviene anche negli incontri di donne che nel divenire femministe esploravano che cosa fa pensare che ‘il personale è politico’, così l’opera di memoria ha avuto per primo l’effetto di trasformare ciò che fino a quel momento era stato vissuto come empirico, slegato, aneddotico, in una forma tale che questi pezzi di storie facciano senso per altre, vengano staccati dalle ragioni psicologiche, intime che ciascuna aveva potuto associarvi. Parlare dei nostri ‘fare altrimenti’, dei nostri rifiuti, ma anche di quei sentimenti di essere spiazzate, di quei malesseri che sempre aspettano al varco, non ha più a che vedere con il chiacchiericcio ma con il ‘mettere in comune’: poter sentire e dire insieme “questo importa”. Poter fare di ciò tutta una storia.

Accettare il ‘pensare dobbiamo’ ha avuto in questo senso un triplo effetto, nel senso in cui la parola ‘riconoscimento’ ha un triplo senso*. Subentrare al grido di Woolf, significa in primo luogo accettare, con gratitudine, che qualche cosa ci sia data, qualche cosa che, aggiungendosi, modifica il rapporto che ciascuna intratteneva con ciò che aveva fatto fino a quel momento. Non eravamo più delle singolarità, ma piuttosto dei casi particolari di un ‘noi’ favoleggiato. Ed è in quanto tali che possiamo far ri-conoscenza l’una con l’altra, ri-conoscerci l’una con l’altra in quanto testimoni fra altre. Ma per rendersi disponibili alla potenza del grido di Woolf, si doveva infine, fabulatoriamente, retroattivamente, ri-conoscere ciascuna ciò che ci ha fatto pensare. Ri-conoscere significa ri-suscitare**, cioè riprendere una storia, la nostra sotto un angolo differente, come se essa donasse elementi ogni volta particolari, e dunque condivisibili, a un problema che non abbiamo fino a questo momento posto, o posto altrimenti. pp.58/64

*questo triplo senso compare nella lingua francese, dove al senso 1) di riconoscere una persona, 2) di riconoscere un oggetto o un ricordo, si aggiunge 3) l’inflessione della riconoscenza.

**nel senso di suscitare di nuovo, creativamente p.60

Come donne si influenza la scienza che si presenta non marcata, neutra?

Le risposte a questa domanda sono multiple e non sempre in accordo, ma possono essere bene sintetizzate da quella data da Benedikte Zitouni ricca di sfumature ed esitazioni:

“Se mi dici tu filosofi in quanto donna, rispondo no, io filosofo in quanto filosofo. Se tu mi dici tu filosofi in quanto filosofo, io rispondo, ma aspetta, io filosofo forse anche un poco in quanto donna”. p.184

Il testo quindi entra nel merito del discorso scientifico con grandi cautele e distinguo, ma in ultima analisi riconosce una specificità particolare all’apporto delle donne. Nel dettaglio si riferisce alla primatologia, che è stata profondamente modificata da delle donne, scardinando alcuni stereotipi sull’aggregazione sociale dei primati e sul loro comportamento, stereotipi di tipo essenzialmente maschile e tali da “marcare” col segno di un genere la “neutralità” della scienza

“Concretamente le donne si attaccherebbero di più all’individualità delle scimmie osservate, resterebbero più a lungo sul terreno, ciò che permetterebbe loro di praticare il metodo detto di abituazione e di osservare altre cose, presterebbero più attenzione al contesto, si sforzerebbero di essere all’ascolto di  domande che quelli che osservano si pongono piuttosto di imporre le loro, sarebbero più attente alle femmine…” p.37

In nota si riferisce che Donna Haraway in Primate Visions sostiene che da parte delle donne la scienza si costruisce a partire da:

-rinuncia al controllo;

-volontà di essere collegate al problema di colui che si interroga piuttosto che a una teoria che determina le risposte;

-alta tendenza allo scetticismo nei confronto delle generalizzazioni;

-netta preferenza per le spiegazioni più contestualizzate.

La scienza delle donne moltiplica i racconti e si “sporca” perde la purezza della scienza tradizionale, appare “non dominatrice, olista, suscettibile di costituire una alternativa alla violenza riduttrice associata alla scienza maschile”. p.41

Va ricordato che i lavori sulla primatologia sono strettamente collegati a quelli dell’ominizzazione.

“I racconti dell’ominizzazione sono legati in maniera inestricabile ai racconti della cittadianza, della razionalità e del genere. […] la singolarità della primatologia è la sua prossimità con la questione della differenza fra “l’uomo” e “l’animale”, questione che affascina gli scienziati tanto quanto i religiosi e la maggior parte dei filosofi”.  p.44

Nelle conclusioni si aggiunge ancora qualcosa, dicendo che “la donna filosofa non è il prurito che il maschio devve grattare, che gli impedisce di dormire o che riattiva l’inquietudine del suo Pensiero. La figura dell’Isterica, che ne vuole di più e fa pensare gli uomini, questa definizione di ciò che le donne farebbero al pensiero, è ancora una assegnazione. Forse la peggiore di tutte perché cattura il rifiuto dell’assegnazione. Per me, l’idea che si potrebbe produrre degli oggetti che inquietano la grande filosofia, questo mi uccide. Si tratta di ben altra cosa, di un mondo che sia abitabile”. p.194

L’eredità

Ho trovato bellissimo e poetico il modo in cui si cerca di affrontare il problema di creare continuità a partire da una sconnessione. Le autrici ricordano la favola dei 12 cammelli: un beduino che possedeva 11 cammelli, lasciò questi in eredità ai tre figli, disse che al primo donava la metà dei suoi averi, al secondo un quarto, al terzo un sesto. Ovviamente il problema era irrisolvibile senza uccidere i camme1lli, ma l’anziano a cui chiesero consiglio disse che non poteva risolvere il problema, ma che donava loro il suo vecchio e inservibile cammello. Fatta la divisione – 6, 3, 2 – restava ancor il cammello donato che venne restituito. Questa favola è deliziosa e ci invita a pensare: si diviene eredi del pensiero volendo in primo luogo rispettare una volontà, in secondo luogo ricevendo qualcosa che ci rende possibile dividere e condividere, in terzo luogo restituendo il dono ricevuto.

Lavorare in due più una…

Ecco gli effetti di un lavoro in comune costruito a partire da queste riflessioni..

“Le parole cambiavano di senso, il dilettantismo cessava di essere un insulto per coniugarsi con questo amore molto particolare, che non sogna la fusione – piuttosto la creazione di un rapporto con ciò che fa la singolarità di ciò che si ama: il possibile percepito in un campo particolare in cui non si è per la verità attori, gli eventi che svegliano il senso dell’avventura là dove i dilemmi sembravano inaggirabili. E ci domandiamo se questo tipo di amore non si possa raccontarlo ‘in quanto donne’, cioè forse in quanto parte essenziale di una lotta per ciò che è vivo, per ciò che domanda di vivere, di ramificarsi, di connettersi, piuttosto che per il vero, se questo vero richiede che l’altro si dia per vinto”. pp.80-81

Su questo tema della verità e dell’amore il testo riprende delle riflessioni su Leibniz e cerca di attualizzare in un modo assai piacevole l’affermazione leibniziana di non filosofare contro il pensiero comune. Su questo torneremo e ci racconteremo a voce.

Inserisco di nuovo la lettera che si colloca a questo punto. Il resto del testo ovviamente raccoglie le risposte,  ma a me interessavano le vostre.

Cara (…)

nelle Tre ghinee, Virginia Woolf si rivolgeva alle “figlie e sorelle degli uomini di cultura                                                                                                                                       ” in un momento in cui le professioni e le università cominciavano per loro ad aprirsi, e le metteva in guardia. Think we must, scriveva, se non vogliamo limitarci ad avere l’ambizione di raggiungere il corteo degli uomini carichi di onori e di responsabilità dalle quali le nostre madri sono state escluse. Certo, questo corteo non è più del tutto oggi quella che era – si può anche mutare in una sfilata di professori in sciopero. Ma non di meno sentiamo che l’affermazione di Woolf ha mantenuto la sua piena attualità. Circa settant’anni dopo, vorremmo porre questa domanda: che cosa abbiamo imparato, noi che abbiamo di fatto raggiunto i ranghi degli “uomini di cultura”? Che senso diamo oggi alla affermazione della Woolf? E se “pensare dobbiamo”, come, viceversa, possiamo mettere assieme qualche elemento diagnostico a proposito di ciò che “le donne fanno al pensiero”?

Va da sé che le domande indicate in questo primo paragrafo, e che noi (Isabelle Stengers e Vinciane Despret) poniamo e vorremmo porvi, non dipendono da un qualche “essenzialismo”. Esse si inscrivono in una prospettiva di genere, prospettiva indissociabilmente pratica, politica, etica ed estetica. E si indirizzano a voi non come a un “esemplare rappresentativo”, ma perché ciascuna di voi è, ne siamo convinte, capace non solamente di rispondere, ma anche di risponderne, perché ciascuna ci sembra aver fatto della domanda “come pensare oggi?” una vera e propria posta in gioco.

Le nostre domande si inscrivono in partenza in un progetto di libro che abbiamo desiderio di scrivere tutte e due assieme. Si è imposta l’idea di proporle ad altre donne, e dunque di farne una questione di “terreno”, non solamente il “terreno dove si pensa” ma anche il “terreno che ci fa pensare”.

[…]

Se voi accettate la nostra proposta, spetta a voi determinare la maniera in cui vorrete “popolare” questo terreno. Questo può avvenire certamente attraverso delle considerazioni generali che ci saranno preziose e che ci aiuteranno a pensare, anche se non ci riferiremo per forza a voi in modo esplicito. è chiaramente evidente che non vi chiediamo né confidenza, né confessioni, né racconti autobiografici. In cambio, quando abbiamo avuto fra noi degli scambi, abbiamo potuto constatare che degli “aneddoti”, degli avvenimenti particolari, o delle perplessità segnavano il cammino attraverso il quale ciascuna ha scoperto ciò che per lei poteva significare “pensare”. […] Il modo in cui ciascuna interverrà nel testo fa parte della cucina del libro […] Parliamo di “cucina” a proposito di questo libro soprattutto in quanto pensiamo che ciascuna delle risposte costituisca una versione del problema che proponiamo: facciamo dunque la scommessa della molteplicità, da comporre, contro la messa in scena di contraddizioni e la postura del giudizio.

La formulazione che comunicava la nostra domanda era deliberatamente costruita in modo di aprire un problema e non di definire una domanda. Non abbiamo precisato ciò che ciascuno dei termini usati potesse significare. “Donne”, “fare”, “pensiero”: non *si poteva essere più indeterminati su ciò che ci attendevamo. Il solo punto chiaro è che si tratti di  pensiero, non di filosofia, e che era al grido di Woolf che affidavamo l’eventuale capacità di far sorgere quelle che lo raccolgono. Ci rivolgiamo dunque a delle donne che pensiamo suscettibili di accettare di collocarsi come eredi di Virginia, per la quale pensare non è un mezzo ma una vera posta in gioco.