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Abstract della comunicazione orale,  Padova, settembre 2007

a cura di Daniela Lunardelli

Nel corso dell’anno scolastico che si è appena concluso (2006/2007) abbiamo scelto di utilizzare la filosofia, o meglio di praticare l’attività del filosofare, in parallelo, a due livelli: tra noi adulti (un gruppo di insegnanti ed educatori che si è recentemente costituito in Associazione) e con i bambini delle classi in cui alcuni di noi insegnano (scuola primaria).

L’abbiamo fatto intorno ad un problema che, operando all’interno della scuola, ci interrogava in modo radicale ed urgente: la questione dell’autorità, precisamente l’attuale crisi dell’autorità. E’ iniziato così un percorso di riflessione in cui abbiamo ritrovato il senso ed il piacere di un ritorno alla filosofia come condivisione di un cammino di ricerca.

Entro questo sfondo problematico comune ci siamo mossi, operando in contesti diversi, anche seguendo H. Arendt (“La crisi dell’istruzione” e “Che cos’è l’autorità” nel libro “Tra passato e futuro”), la quale ha asserito che la crisi dell’autorità è particolarmente grave proprio per il suo essersi diffusa a settori prepolitici quali l’istruzione e la pedagogia. Constatando già negli anni in cui scrive (1961) un vacillare dell’autorità nelle relazioni tra insegnanti ed alunni (ma, si potrebbe dire, nelle relazioni tra adulti e bambini in genere), la Arendt ci ha suggerito, anzi quasi imposto con la forza delle sue parole, di ripensare la relazione tra crisi dell’autorità, violenza e conformismo, e di farlo a partire dalla scuola. La necessità si poneva anche a causa del diffondersi di azioni aggressive e violente dei ragazzi dentro e fuori la scuola, un fenomeno che indubbiamente ha a che fare con la crisi dell’autorità e che può costituire, secondo la Arendt, una sorta di “falsa opportunità” per bambini e adolescenti nel gruppo, un’opportunità di spudorata ricerca di visibilità; all’opposto il conformismo, come rinuncia silenziosa alla propria identità in favore del “si pensa” del gruppo.

Abbiamo cercato, innanzitutto, di chiarificare i termini (autorità, violenza, potere) ed abbiamo, da un lato, proposto a genitori ed insegnanti di problematizzare l’autorità e ripensare il concetto di sapere e di azione educativa, dall’altro avviato con i bambini una riflessione su figure “tradizionalmente” portatrici di autorità, con le quali essi sono in rapporto quotidianamente: l’insegnante, il genitore, il capo, l’autista di pulmino…

Nelle discussioni di cui siamo stati facilitatori in classe, lo stimolo provocatorio è stato a volte l’esperienza diretta dei ragazzi (ad esempio episodi successi in pulmino o in giardino, durante la ricreazione), altre volte un momento, un argomento nel “normale” svolgimento delle attività curricolari (ad esempio in lingua italiana la lettura di Frankenstein ha posto la questione del rapporto tra creatore e creatura: in storia, lo studio delle prime comunità umane ha spinto i bambini ad interrogarsi sulla necessità o meno di un capo, sulle prime forme di distinzione e di disuguaglianza tra gli uomini).

Un lavoro così concepito non poteva essere ristretto all’ora settimanale di p4c non solo per motivi di tempo ma soprattutto perchè, se la crisi nella scuola va interpretata come un esplicitarsi della più generale crisi dell’autorità, la riflessione non poteva non allargarsi ad ogni momento del curricolo e dell’esperienza scolastica.

A livello di valutazione dell’attività, questo elemento è ciò che ci sembra caratterizzare il lavoro e al tempo stesso ciò che apre un problema. Infatti, andando oltre l’idea dell’ora di p4c “aggiunta” alle ore disciplinari ed avviando discussioni a partire da esperienze quotidiane e da momenti quotidiani di lavoro in aula, ci siamo accorti che si è insinuata, certamente nel gruppo e con buona probabilità anche nel singolo, un’abitudine alla criticità, un’abitudine ad assumere atteggiamenti di ricerca, di problematizzazione, di interrogazione reciproca.

Potremmo dire che si è ormai tracciata una “strada senza ritorno” che obbliga adulti e bambini a fare scuola, o meglio a essere nella scuola, in un certo modo. I ragazzi chiedono e mostrano criticità in senso trasversale poichè si stanno abituando a discutere nel gruppo ciò che pensano, ciò che imparano, ciò che vivono nella scuola. Si sta creando così uno spazio, una dimensione di libertà ad un tempo ampia e rigorosa, nella quale il compito dell’educatore risulta essenzialmente quello di insegnare a sollevare problemi e a vedere nel confronto con gli altri l’ambiente per farli vivere.

A livello pratico, nel poster abbiamo cercato di visualizzare i percorsi realizzati concretamente con i bambini sulla base di queste premesse teoriche e metodologiche; in particolare, abbiamo schematicamente evidenziato i materiali usati come stimolo, alcune piste di discussione ed alcune attività o esercitazioni proposte successivamente per consentire una rielaborazione individuale della discussione. Sono visualizzate anche alcune riflessioni nelle quali i ragazzi si sono autovalutati ed hanno valutato il lavoro della comunità di ricerca.

La sfida che abbiamo voluto lanciare è l’utilizzo della p4c (e della prospettiva che essa apre) come approccio al tema della crisi dell’autorità, come “altra” opportunità rispetto alla violenza ed al conformismo, come modalità alternativa di inserirsi all’interno di un gruppo che impara a valorizzare l’intersoggettività e la democraticità; rilanciamo così la questione: vivere in un gruppo democratico significa fare a pezzi l’autorità?

immagine filosofia con i bambini (1)