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di Michel de Certeau  pubblicato in “Esprit”, nov-dic 1978

Un luogo di chiacchiere

Un seminario è un laboratorio comune che permette a ciascuno dei partecipanti di articolare le proprie pratiche e conoscenze. È come se ciascuno vi apportasse il “dizionario” dei suoi materiali, delle sue esperienze, delle sue idee e che, grazie all’effetto di scambi necessariamente parziali e di ipotesi teoriche necessariamente provvisorie, gli divenisse possibile produrre delle frasi con questo ricco vocabolario, cioè “ricamare” o mettere in discorso le sue informazioni, i suoi problemi, i suoi progetti, ecc. Questo luogo di scambi instauratori potrebbe essere comparato a quello che, nella Loiret, si chiama “un luogo di chiacchiere”, appuntamento settimanale sulla piazza principale, laboratorio plurale, dove dei “passanti” si fermano la domenica per produrre a un tempo un linguaggio comune e dei discorsi personali. Un Seminario mette così in causa una politica della parola, vi torneremo. Ma in rapporto al “luogo di chiacchiere”, presenta questa differenza che non è l’appuntamento della chiacchiera, ma solo un luogo di linguaggio fra altri in un reticolo che non comporta più né piazze principali né centro.
Allo stesso modo gli effetti di produzione discorsiva che genera non sono che tangenti in rapporto alla ricchezza proliferante e silenziosa dei viaggiatori che si arrestano un momento in questa stazione. Mi sembra che il primo compito in un Seminario, sia rispettare ciò che non vi si dice, e più ancora ciò che vi avviene di non saputo, dunque di moderare il desiderio di articolare, di spingere, di coordinare gli interventi di ciascuno: vengono da troppo lontano per poter essere interpretati; vanno troppo lontano per poter essere circoscritti in un “luogo comune”. […]

In questo posto […] quali possono essere le nostre pratiche?

Generalmente parlando, esse hanno la caratteristica di mantenere a questo posto il suo ruolo di essere un luogo di transito. Non hanno dunque la finalità di costruire un sapere con delle pietre portate da ciascuno e di edificare così un luogo proprio. Al contrario, alla maniera degli “scambiatori” di strada o degli shifters linguistici, ci sono delle procedure di “passaggio all’altro” o di alterazione. Esse mirano a restaurare, nel luogo (cosiddetto “proprio”) del sapere, le proprie relazioni con il proprio contrario, che trascina con sé a un tempo una disappropriazione e una impurità.  [tr. di Francesca Saramuzza]