locandina aprile 2014

 

4 aprile 2014 Caffé Letterario ‘Al Convento’ -Pordenone, Piazza della Motta

«chiudere gli occhi può aprire su un’altra conoscenza»

Un confronto a distanza tra Diderot e Derrida sul ruolo della visione

a cura di Daniela Floriduz e Francesca Scaramuzza

Francesca Agostinis alla chitarra suonerà per noi:
El Testament de n’ Amèlia e Cançó del Lladre di Miguel Llobet;
Recuerdos de la Alhambra di Francisco Tárrega;
An Malvina e Liebeslied di Johann K. Mertz

Letture a cura di Stefano Bertolo

La Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, del 1749, si concentra sulla questione della percezione visiva. Nello scritto Diderot narra di un colloquio avuto con un cieco dalla nascita a Puiseaux da cui emerge il fatto che iciechi seguono processi mentali del tutto specifici, arrivando a conclusionimorali e metafisiche proprie e a una diversa rappresentazione del mondo rispetto ai vedenti.
Memorie di cieco. L’autoritratto e altre rovine di Jacques Derrida è un testoredatto ad accompagnamento di una mostra che l’autore aveva organizzato per il Louvre e il cui filo conduttore è l’accecamento nella teoria delle sue forme, premessa indispensabile a qualsiasi riflessione sulla visione.

 

 

ULTIMISSIMO-PHILO

 

Le letture e i materiali di studio sono liberamente scaricabili e utilizzabili, con l’impegno di citare la fonte.

 

 Daniela

La Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, scritta da Diderot nel 1749, si concentra sulla questione della percezione visiva, oggetto all’epoca di un certo interesse, dati i successi in campo medico ottenuti in alcuni casi su persone affette da cecità fin dalla nascita e operati di cataratta.

Si tratta della celebre “questione Molyneux”: il problema, infatti, era stato posto per la prima volta in una lettera indirizzata a Locke dal filosofo e studioso di ottica William Molyneux.

Può un cieco dalla nascita distinguere, una volta riacquistata la vista, due solidi, un cubo e una sfera, fino ad allora percepiti con il tatto?

Tale capacità, negata da entrambi, viene sollevata dall’illuminista francese per confutare l’impostazione empirista secondo la quale la conoscenza deriva direttamente dai sensi.

Nello scritto Diderot narra di un colloquio avuto con un cieco dalla nascita a Puiseaux da cui emerge il fatto che i ciechi seguono processi mentali del tutto specifici, arrivando a conclusioni morali e metafisiche proprie, a una diversa rappresentazione del mondo rispetto ai vedenti. Come potrebbe infatti un uomo in simili condizioni fisiche giungere a una considerazione razionale di Dio, partendo dalle meraviglie e dall’ordine visibile del mondo?

Ciò risulta in modo evidente dal dialogo avuto sul punto di morte dal matematico inglese cieco, Nicholas Sauderson, con il reverendo G. Holmes. Mentre quest’ultimo vorrebbe persuaderlo dell’esistenza di Dio argomentando sulla base della bellezza e della perfezione della natura, Sauderson ribatte richiamandosi a Lucrezio e a una visione della natura caratterizzata dal mutamento e dal disordine (ogni ordine è dunque effimero e passeggero), dalla tendenza alla distruzione e al caos, da continui rivolgimenti in seguito ai quali deriva la successione «di esseri che subentrano e si sostituiscono l’uno all’altro».

Contrariamente a quanto sostenuto da deisti come Newton e Leibniz, il mondo è imperfetto, la materia in continuo movimento, con la presenza inquietante di mostri che smentiscono ogni presunzione da parte dell’uomo. Nella conclusione Diderot polemizza soprattutto con Condillac, secondo il quale i sensi, collaborando insieme, permetterebbero una conoscenza adeguata delle cose, anche senza l’intervento della riflessione.

Secondo l’enciclopedista, al contrario, i sensi hanno una loro autonomia e possono entrare in contraddizione tra loro dato il diverso esercizio che ne possiamo fare. Di conseguenza ogni senso può, nel proprio ambito specifico e senza interagire con gli altri, affinarsi e raggiungere livelli di astrazione inimmaginabili per quelli che li possiedono tutti: un cieco, dunque, riconoscerà con la vista un oggetto che finora ha avvertito con il tatto solo in seguito a un certo esercizio. Per il saggista francese, una persona cieca che acquisisce la possibilità di vedere per la prima volta non comprende immediatamente ciò che vede, dovendo impiegare un certo periodo di tempo nello stabilire rapporti fra la sua esperienza di forme e distanze (acquisita attraverso il tatto e le immagini degli oggetti.

Lettura 1: figura, simmetria, specularità: problema gnoseologico.

Il nostro cieco sa valutare molto bene i concetti di simmetria. La simmetria, che forse anche tra noi è una questione meramente convenzionale, lo è senz’altro – sotto molti aspetti – tra un cieco e chi vede. A forza di studiare, col tatto, la coesione che esigiamo tra le parti di un tutto per definirlo “bello,” uncieco riesce ad applicare giustamente questo concetto. Ma quando dice: questo è bello, non giudica; riferisce soltanto il giudizio di chi vede: e cosa fanno d’altro i tre quarti delle persone che, ascoltata una commedia o letto un libro, ne danno giudizi? Per un cieco, la bellezza, separata dall’utilità è soltanto una parola e, con un organo in meno, quante cose la cui utilità gli sfugge! Non sono quindi da compiangere i ciechi, per non poter giudicare bello se non ciò che è buono? Da quante cose meravigliose restano esclusi! L’unico bene che li ricompensa di tale perdita è quello di avere sul bello idee più precise, per quanto meno vaste, di alcuni chiaroveggenti filosofi che se ne sono occupati a lungo.

Il nostro parla continuamente di specchi. Voi, naturalmente, credete che egli non sappia cosa significhi la parola “specchio”; eppure non collocherà mai uno specchio in modo che resti controluce. Egli si esprime tanto assennatamente quanto noi sulle qualità e sui difetti dell’organo di cui è privo, e, anche se non lega alcun significato ai termini che usa, ha però il vantaggio, rispetto alla maggior parte degli altri uomini, di non pronunciarli mai a sproposito. Sa discorrere così bene e giustamente di tante cose a lui assolutamente sconosciute, che il frequente contatto con lui toglierebbe molta della sua forza a quel procedimento che tutti impieghiamo – senza conoscerne neanche noi bene il motivo – di indurre da ciò che avviene nel nostro intimo ciò che avviene negli altri.

Gli chiesi che cosa intendesse per specchio: “un meccanismo,” mi rispose, “che dà rilievo alle cose lontano da esso, quando si trovino, nei suoi rispetti, in posizione conveniente. Come la mia mano, che non devo necessariamente mettere accanto a un oggetto per percepirlo.” Penso che Descartes, cieco-nato, si sarebbe compiaciuto di una simile definizione. Considerate infatti, vi prego, la finezza con la quale ho dovuto mettere insieme certe idee per giungervi. Il nostro cieco non ha cognizione degli oggetti che mediante il tatto.

Da ciò che gli riferiscono gli altri, sa che per mezzo della vista si conoscono gli oggetti come egli li conosce per mezzo del tatto; o almeno, è questa l’unica nozione che gli si è concesso di formare. Inoltre, sa che non è possibile vedere il proprio volto, sebbene sia possibile toccarlo. Così conclude che la vista è una specie di tatto concernente soltanto gli oggetti diversi dal nostro volto e lontani da noi. D’altra parte il tatto gli presenta soltanto l’idea del rilievo.

Dunque, egli argomenta, lo specchio è un meccanismo che ci mette in rilievo al di fuori di noi stessi. Molti filosofi famosi sono giunti a concetti altrettanto falsi, ma con minor sottigliezza! Ma che sorpresa deve suscitare uno specchio nel nostro cieco! e come dovette aumentare il suo stupore, quando gli dicemmo che esistevano meccanismi che ingrandiscono gli oggetti; che ve ne sono altri i quali, senza raddoppiarli, li spostano, li avvicinano, li allontanano, permettono di scorgerli, ne svelano le più piccole particelle agli occhi dei naturalisti; che ve ne sono alcuni che li moltiplicano per migliaia di volte, ealtri, infine, che sembrano deformarli completamente.

Lettura n. 2: il problema teologico

Il pastore cominciò dalle obiezioni relative alle meraviglie della natura:

“Ah, Signor mio!” gli diceva il filosofo cieco, “lasciate stare quest’argomento: la natura non è mai stata uno spettacolo per me! Sono stato condannato a trascorrere la vita fra le tenebre; e voi mi citate prodigi che non comprendo neppure, e che non costituiscono una prova se non per voi e per coloro che, come voi, hanno la possibilità di vedere. Se volete che creda in Dio, dovete farmelo toccare.”

“Signore,” rispose astutamente il pastore, “posate le mani su voi stesso e scorgerete la divinità nel meraviglioso meccanismo dei vostri organi.”

“Signor Holmes,” replica Saunderson, “ve lo ripeto, per me tutto questo non è bello quanto per voi. Ma se anche il meccanismo animale fosse perfetto come pretendete, e come voglio credere, poichè siete un uomo onesto e assolutamente incapace di darmi a intendere il falso, che cosa avrebbe mai in comune con un essere sovranamente intelligente? Se la cosa vi sorprende, è forse perchè è vostra abitudine di considerare prodigioso tutto ciò che vi pare al di sopra delle vostre forze. Io stesso sono stato così spesso oggetto di ammirazione da parte vostra, che mi son fatto una cattiva opinione di ciò che in voi desta sorpresa. Molta gente si è mossa per me dalla più lontana Inghilterra, non riuscendo a capire come potessi occuparmi di geometria; ora dovete ammettere che quella gente non possedeva esatte nozioni sulla possibilità delle cose. Un fenomeno ci pare al disopra delle forze dell’uomo? ed ecco che subito diciamo: è opera di un Dio; la nostra vanità, altrimenti, non è soddisfatta! Non potremmo mettere nei nostri discorsi un po’ meno d’arroganza e un po’ più di filosofia? Se la natura ci presenta un nodo che è difficile sciogliere, lasciamolo stare com’è; e non adoperiamo, per tagliarlo, la mano di un essere che diventa subito dopo per noi un nuovo nodo ancor più indistricabile del primo. Chiedete a un Indiano perchè il mondo rimane sospeso nell’aria: vi risponderà che è sostenuto dalla groppa di un elefante; e l’elefante su che lo farà poggiare? Su una tartaruga; e la tartaruga, chi la sosterrà?… L’Indiano vi fa compassione; eppure si potrebbe dire a voi, come a lui: Signor Holmes, amico mio, confessate innanzitutto la vostra ignoranza e fatemi grazia dell’elefante e della tartaruga.”

Saunderson si fermò un istante: evidentemente, attendeva la risposta del pastore; ma in che modo polemizzare con un cieco? Il reverendo Holmes si valse della buona opinione che Saunderson aveva della sua probità, nonchè del genio di Newton, di Leibniz, di Clark e di alcuni altri suoi compatrioti, uomini tra i più grandi del mondo, i quali, tutti, erano stati colpiti dalle meraviglie della natura e ne riconoscevano autore un essere intelligente. Era, certo, la più valida delle obiezioni che il pastore potesse muovere a Saunderson.

Così, il buon cieco ammise che sarebbe stato temerario negare ciò che un uomo come Newton aveva trovato giusto ammettere; fece tuttavia osservare al pastore che la testimonianza di Newton non era tanto valida per lui, quanto quella di tutta la natura per Newton; e che Newton aveva creduto alla parola di Dio, mentr’egli era ridotto a credere alla parola di Newton.

“Considerate, Signor Holmes,” aggiunse, “quanta fiducia debbo avere nella vostra parola e in quella di Newton. Io non vedo nulla, e tuttavia riconosco in tutto un ordine meraviglioso; ma mi auguro che non pretendiate di più. Non mi oppongo a quel che voi dite circa lo stato attuale dell’universo, se voi mi concedete in cambio la libertà di pensare ciò che mi par più opportuno del suo antico e primitivo stato, circa il quale voi non siete meno cieco di me. Qui non avete testimoni da oppormi; e i vostri occhi non vi offrono risorsa alcuna. Immaginate pure, se volete, che l’ordine che vi colpisce sia sempre esistito; ma permettetemi di credere che non sia affatto così; se dovessimo risalire all’origine delle cose e del tempo, e potessimo aver esperienza della materia automoventesi e del caos che assume un certo ordine, ci imbatteremmo in una moltitudine di esseri informi di contro a pochi già formati. Anche se non ho nulla da obiettarvi sull’attuale condizione delle cose, posso almeno interrogarvi sulla loro condizione passata. […]

“Se non fossero mai esistiti esseri informi, allora non vi esimereste dall’escluderne l’esistenza in avvenire e dall’affermare che io mi abbandono a ipotesi chimeriche; ma l’ordine universale non è così perfetto – continuò Saunderson – che di tanto in tanto non facciano ancora la loro comparsa prodotti mostruosi.” Poi, voltandosi verso il pastore, aggiunse: “Guardatemi bene, Signor Holmes, io non ho occhi. Che cosa abbiamo fatto a Dio, voi e io, perchè uno di noi possieda quest’organo e l’altro ne sia privo?”

Saunderson aveva un’espressione così sincera e così compresa nel dire queste parole, che il pastore e gli altri presenti non poterono far a meno di condividere il suo dolore e si misero a piangere amaramente su di lui. Il cieco se ne avvide. “Signor Holmes,” disse al pastore, “conoscevo bene la bontà del vostro cuore, e sono molto toccato dalla prova che me ne offrite in questi ultimi istanti: ma se vi sono caro, non toglietemi in punto di morte il conforto di non aver mai addolorato nessuno.”

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Francesca

Intorno a Memorie di cieco darò solo alcuni spunti di riflessione come commento alle letture. Questo testo è densissimo di suggestioni e seguirò solo  alcune parole chiave: pluralità, accecamento, riconoscenza, implorazione

A) pluralità e indecidibilità

A partire dal titolo (vedi la lettura 1) compare la dimensione della pluralità: la parola francese “mémoire” in quanto sostantivo femminile significa “memoria, ricordo”; in quanto sostantivo maschile vuol dire “dissertazione, comunicazione”; il plurale non permette di cogliere quale dei due generi sia in gioco e diventa arduo decidere quale possa essere il senso esatto del titolo gravato da una polisemia non superabile.

Il titolo pertanto sotto il segno del plurale come indecidibilità inaugura il testo, lo preannuncia, come in Mémoires per Paul de Man dove si tenta, in fondo per disdirla, una impossibile “definizione” della decostruzione come pluralità, che qui riporto: la decostruzione “implica anche, se considerata in un momento preciso del suo svolgimento, una figura auto-interpretativa che sarà sempre difficile irretire in un meta-discorso o in una narrazione globale. (…) Se mai mi dovessi arrischiare, e Dio me ne salvi, una sola definizione di decostruzione, breve, ellittica, economica come una parola d’ordine, rinunciando alla frase, direi: più di una lingua.” (Jacques Derrida, Mémoires per Paul de Man, Jaca Book 1995, p.31)

B) Duplicità della visione e dell’accecamento; decostruzione/sorpasso della vista.

La pluralità si presenta, nel vedere, in modo eminente come duplicità. Innanzitutto infatti si deve ricordare che la visione è binoculare e che le due prospettive non si confermano né si smentiscono a vicenda; inoltre alla duplice visione fa eco un duplice accecamento: della parola che è essenzialmente suono invisibile e dello scrivere che è tempo incorporato. Con queste osservazioni il discorso spinge a riflettere sull’invisibilità del tempo e del fare.

Il commento ai disegni di ciechi si inaugura con queste osservazioni.

Nella locuzione “disegni di ciechi”: il “di” va preso in due sensi:

a) soggettivo e allora indaga il fare cieco del disegno, allude al fatto che si disegna come ciechi, si disegna cioè non ciò che si vede ma ciò che si ricorda, a partire dall’invisibilità della memoria; ma la locuzione sottintende anche l’importanza dell’ombra nel disegno, la nascita del disegno a partire dall’ombra: si disegna a partire dall’assenza della luce, dall’ombra di ciò che non si vede direttamente (p.68 )

b) oggettivo e allora indaga come si disegnano i ciechi, perché di questi si disegnano soprattutto le mani protese a tentoni, e allora avviene che ciò che si disegna, si fa con l’aiuto di ciò con cui lo si disegna: in tal modo il proprio corpo diventa contemporaneamente strumento e obiettivo, si fa autoritratto, dunque ogni disegno di ciechi è un autoritratto

La decostruzione tocca in questo modo sia il vedere che il vedersi, perché se ogni disegno è un autoritratto, ogni autoritratto non è che un disegno.

La scrittura, che deriva dal disegno (o viceversa?), è anticipazione : le mani avanzano, tastano, ma gli occhi non vedono (vedi la figura sopra e quella che chiude questo testo). Il gesto che definisce questo avanzamento richiama l’atto di prendere in anticipo, o l’accumulare vantaggi, l’andare più lontano del visibile o del prevedibile; invoca eccesso o privazione, in ultima analisi più sapere più potere. Differisce dalla precipitazione che espone la testa in avanti mentre l’anticipazione riguarda la mano.

Il modo in cui si attua questa parte della riflessione, ci mette di fronte a un paradosso di fondo, perché instaura una circolarità fra polarità che in apparenza si negano reciprocamente. Ciechi nel momento di scrivere o disegnare, disegnando un cieco si disegna se stessi, la mano che disegna, disegna la mano che si protende, disegna il suo proprio fare intimo che non vede… ma nel disegno, questo lo dà a vedere.

Altrettanto avviene nella costruzione di questo testo, vedi ad es. la lettura 1: qui sono evidenziate delle lacune secondo le scelte fatte da Derrida, lacune che dunque appartengono alla stesura del pezzo e che suggeriscono che ciò che è stato tolto, che non è più visibile, è evidenziato, esposto.

C) Riconoscenza e implorazione. Nel trattare questa parte, la duplicità in atto fino a questo momento si dispiega ulteriormente. La nostra tradizione è duplice – greca ed ebraica – e all’interno di ciascuna di esse alberga un doppio sguardo.

Da Platone al Rinascimento una tradizione continua afferma che la luce è la verità e la tenebra è l’errore: l’accecamento è visto come errore e violazione, mancanza, male – che appartiene all’altro, che pecca ed è colpevole. Potremmo pensare a qualcosa che è tipico della tradizione greca, ma nel mondo greco vi sono anche i grandi ciechi e i ciechi/veggenti -Edipo e Tiresia – e il mondo greco è pieno di accecamenti legati a una storia di sguardi che invalidano la presunzione del vedere e della chiarezza, che intaccano i valori solari della vita: in primis la Gorgone.

Anche nella Bibbia ritroviamo questa duplicità di segno ambiguo: da un lato l’errore è sempre accecamento, l’errore dell’altro (profezia di Isaia o le Lamentazioni di Geremia V, 16/17; contro gli scribi e i farisei in Mt 13, 14, 23, 16, 26); e nel Nuovo Testamento tutte le guarigioni di Gesù vengono lette come adesione alla verità e riconoscimento di Dio; si ricordi soprattutto il prologo di Giovanni che pone un parallelo fra il Verbo e la luce.

Eppure nell’Antico Testamento le storie di Isacco e di Tobit/Tobia, portano la storia dell’accecamento su un altro orizzonte: quello della riconoscenza. Che Tobit torni a vedere grazie a suo figlio e alla presenza di un angelo, significa che la cecità scompare nel momento in cui si rende visibile ciò che è invisibile. E l’angelo che chiede che si scriva ciò che è accaduto dona alla scrittura una vocazione non di conoscenza, ma di riconoscenza, in quanto gratitudine e debito da assolvere.

La presenza dell’invisibile, la conversione, la confessione, portano il discorso ad occuparsi dell’accecamento delle lacrime e del dolore grazie al quale si avanza una nuova figura del “vedere” e della “cecità”, ricca di spunti e di capacità di illuminare il senso della tradizione (a cominciare dall’osservazione che mentre molti sono i ciechi veggenti, e non le cieche, molte sono le piangenti e non i piangenti). Il dolore sembra riannodare i fili della conoscenza e della privazione, della verità e dell’accecamento, della sofferenza e della guarigione riconoscente.

Su questa capacità di “vedere” del dolore  il testo si chiude in modo sospeso ed enigmatico.

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Jacques Derrida, Memorie di cieco, Abscondita, Milano 2003 (1° ed. fr. 1990)

Le lacune indicate fra parentesi quadre fanno parte del testo e sono di Derrida.

LETTURA 1

Scrivo senza vedere. Sono venuto. Volevo baciarvi

la mano  […] è la prima volta che scrivo nelle

tenebre […] senza sapere se formo dei caratteri.

Dove nulla ci sarà, leggete che vi amo.

Diderot, Lettera a Sophie Volland, 10 giugno 1759

[…]

Lei crede? Sin dall’inizio di questa conversazione, lo avrà notato, faccio fatica a seguirla. Resto scettico…

Ma è precisamente sullo scetticismo che l’intrattengo, sulla differenza fra credere e vedere, tra credere di vedere e intravedere – o meno. Prima che il dubbio diventi sistema, la skepsis è cosa degli occhi, la parola designa una percezione visiva, l’osservazione, la vigilanza, l’attenzione dello sguardo nell’esaminare. Si spia, si riflette su ciò che si vede, si riflette ciò che si vede ritardando il momento della conclusione. Mantenendo la cosa in vista la si guarda. Il giudizio è sospeso all’ipotesi. Per non dimenticarle strada facendo e affinché le cose siano chiare ricapitolo: ci sarebbero dunque due ipotesi.

Lei sembra temere la visione monoculare delle cose. Perché non un solo punto di vista? Perché due ipotesi?

Le due si incroceranno, ma senza confermarsi mai l’una l’altra, senza la minima certezza, in una congettura al contempo singolare e generale, l’ipotesi della vista, niente di meno.

Ipotesi di lavoro? Ipotesi di scuola?

Entrambe, probabilmente, ma non più a titolo di supposizioni (un’ipotesi come indica il suo nome, è supposta, presupposta). Non più, dunque, sotto i passi di un procedere, ma davanti a me, come mandare in avanscoperta due antenne o due esploratori per orientarmi nell’erranza, nel brancolamento, nella speculazione che si avventura da un disegno all’altro giusto per vedere. Non sono sicuro di riuscire a dimostrare. Senza cercar troppo di verificare in vista d’aver la meglio sulla sua convinzione, le racconterò piuttosto una storia e le descriverò un punto di vista. Il punto di vista sarà il mio tema.

Dovrò limitarmi ad ascoltare? Oppure osservare? Guardarla in silenzio mentre mi mostra dei disegni?

Entrambe le cose ancora una volta, o qualcosa tra le due. Le farò osservare come la lettura non proceda altrimenti. Essa ascolta guardando. (…)

Bisogna sempre ricordare che la parola, il vocabolo si ascolta e che il fenomeno sonoro resta invisibile in quanto tale. Preoccupando in noi il tempo piuttosto che lo spazio, esso non si rivolge solamente da cieco a cieco, quasi fosse un codice per non vedenti, ma in verità ci parla sempre dell’accecamento che lo costituisce. Il linguaggio si parla: questo significa dell’accecamento. Ci parla sempre dell’accecamento che lo costituisce. Ma quando per di più scrivo senza vedere – nel tempo dell’esperienza eccezionale che ho appena evocato, nella notte o con gli occhi fissi altrove – uno schema già si anima nel mio ricordo. Virtuale, potenziale, dinamico, un tale grafico oltrepassa tutte le frontiere dei sensi, il suo essere-in-potenza è allo stesso tempo visivo e auditivo, motorio e tattile. Più tardi la sua forma apparirà alla luce del giorno come una fotografia sviluppata. Ma nel momento, nel momento stesso in cui scrivo, non vedo letteralmente niente delle lettere che traccio. (pp.11/12 e p.14)

LETTURA 2

(…): un disegno di cieco è un disegno di cieco. Doppio genitivo . In questa affermazione non vi è alcuna tautologia, bensì una fatalità dell’autoritratto. Ogniqualvolta un disegnatore si lascia affascinare dal cieco, ogni volta che fa del cieco un tema del suo disegno, egli proietta, sogna, allucina una figura di disegnatore o talvolta più precisamente di disegnatrice. Ancora più precisamente, egli comincia a rappresentare una potenza disegnatrice all’opera, l’atto stesso del disegno. Egli inventa il disegno.    (p.12)

Se ciò che si chiama autoritratto dipende dal fatto che si chiama autoritratto, un atto di nominazione dovrebbe permettermi, a giusto titolo, di chiamare autoritratto qualsiasi cosa, non soltanto qualunque disegno (“ritratto” o no) ma tutto ciò che mi capita e di cui io possa addolorarmi o lasciarmi addolorare.   (p.86)

Anche se si fosse sicuri che Fantin-Latour disegna se stesso mentre sta disegnando non si saprà mai, osservando la sola opera, se egli si mostra mentre sta disegnandosi o disegnando altra cosa – o ancora se stesso come altro.   (p.87)

LETTURA 3

A rendergli la vista in verità non è suo figlio finalmente visibile. Dietro il figlio c’è l’angelo, l’uno viene ad annunciare l’altro. La mano del figlio è guidata dall’angelo Raffaele. Ora costui finisce per presentarsi come un essere senza desiderio carnale, se non addirittura senza corpo: è un simulacro di visibilità sensibile. Non faceva che ‘rendersi visibile’, essendo in verità soltanto una ‘visione’. Raffaele parla di se stesso e dice la verità su ciò che era la sua visibilità. ‘Benedite Dio per sempre, perché non per il mio amore, ma per la volontà del nostro Dio sono venuto […]. Tutti i giorni mi rendevo visibile a voi, non mangiavo e non bevevo: è una visione ciò che avete visto.’

E’ da questa ‘visione’ dell’‘invisibile’ che egli, subito dopo, dà l’ordine di scrivere: bisogna inscrivere la memoria dell’evento per rendere grazie. Bisogna sdebitarsi con delle parole su pergamena, in altre parole: dei segni visibili dell’invisibile: “‘[…] è una visione quella che voi avete visto. Ebbene, rendete grazie a Dio, poiché io risalgo verso colui che mi ha inviato e scrivete in un libro ciò che si è compiuto’. Essi si alzarono e non lo videro più. Essi professarono le opere grandi e ammirabili di Dio e come era apparso loro l’angelo del Signore”.

Archivio del racconto, la storia scritta rende grazie come faranno tutti i disegni che attingeranno poi dal racconto. Nella discendenza grafica, dal libro al disegno, non si tratta tanto di dire ciò che è così come è, di descrivere o di constatare ciò che si vede (percezione o visione), ma di osservare la legge al di là della vista, di ordinare la verità al debito, di rendere grazie nel contempo al dono e alla mancanza, (…) che connota nel contempo la sovrabbondanza e il venir meno del visibile, il troppo e il troppo poco, l’eccesso e il fallimento. Ciò che guida la punta grafica, la penna, la matita o lo scalpello, è l’osservazione rispettosa di un comandamento, la riconoscenza prima della conoscenza, la gratitudine di ricevere prima di vedere, la benedizione prima del sapere. Per questo ho insistito sull’apparizione centrale e poi sulla sparizione dell’angelo Raffaele nelle guarigioni di Tobit. Secondo l’assenza o la presenza dell’angelo, potremmo classificarle in ‘disegni con visione’ e ‘disegni senza visione’. Cosa succede ad esempio in Rembrandt, quando il disegno si vede disertato dall’angelo, mediante l’apparizione dell’invisibile creatura che rende la vista, ma che anche detta il libro? Raffaele è sparito perché la scena comincia a diventare semplice chirurgia naturale? Oppure perché, come racconta letteralmente il Libro di Tobit, dopo che l’Angelo ebbe dato l’ordine di rendere grazie, gli attori umani “si alzarono e non lo videro più”?

Che si tratti di scrittura o di disegno, del Libro di Tobit o delle rappresentazioni che vi si riferiscono, la grazia del tratto significa che all’origine del graphein vi è il debito o il dono piuttosto che la fedeltà rappresentativa. Più precisamente la fedeltà della fede è più importante della rappresentazione, di cui essa comanda e dunque precede il movimento. E la fede, nel suo movimento proprio, è cieca.    (pp.44/45)

LETTURA 4

Quanto fu saggia la natura a destinare così

al pianto e alla vista gli stessi occhi!

Che avendo visto dell’oggetto la vanità

siamo pronti a dolerci […]

Aprite dunque occhi miei la vostra doppia chiusa

ed esercitate così il vostro nobile officio;

poiché altri possono ugualmente vedere e dormire,

ma solo gli occhi umani possono piangere. […]

Così lasciate che i vostri torrenti trabocchino dalle vostre fonti,

che occhio e lacrima siano la medesima cosa:

e ciascuno porti la differenza dell’altro;

questi occhi che piangono, queste lacrime che vedono.

Lacrime che vedono… crede?

Non so, bisogna credere. […]

(p.159, la poesia è di Andrew Marvell, Eyes and tears, la scelta dei passi e le lacune sono di Derrida)

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